Rassegna stampa

Avvenire - 5 febbraio 2008

Fanfani, lo statista al Piano

di Antonino Airò

Uomo di potere lo è stato cer­tamente Amintore Fanfani, del quale ricorre domani il centenario della nascita. Segretario della Dc, presidente del Consiglio, del Senato per più anni, dell’Assemblea generale dell‘Onu, più volte mi­nistro (al Lavoro, all’Agricoltura, al­l’Interno, agli Esteri per un lungo pe­riodo, al Bilancio), senatore a vita: le tappe della sua carriera politica si sono dipanate nel corso di cinquant’anni, da quando nel 1945 fu chiamato da Giuseppe Dossetti a di­rigere l’ufficio stampa e propaganda della Dc, e costituiscono un aspetto importante nella storia del Paese. I diari che, per iniziativa della Fon­dazione a lui intitolata, vengono gradatamente messi a disposizione de­gli storici consentono di metterne a fuoco alcuni momenti (si pensi ad esempio al bat­tagliero impe­gno nel referen­dum sul divor­zio, alla politica internazionale segnata dalla guerra in Viet­nam, al tragico momento della prigionia di Mo­ro da parte delle Brigate rosse), ma in attesa di una loro pubblicazione complessiva ci sembra venga confermato come Fanfani non sia stato soltanto un «cavallo di razza» nella Dc (l’altro era appunto Moro) ma anche - e for­se in misura maggiore di quanto si pensi - un autorevole uomo di go­verno, anche a costo dell’impopola­rità, con un alto senso dello Stato e un assoluto disinteresse personale. Fanfani sapeva unire - ed è dote ra­ra nei politici - la competenza che gli veniva dai suoi studi di storico del­l’economia e la grinta (ed anche una certa durezza con qualche sfu­matura autoritaria), all’ambizione di saper fare le giuste scelte nell’in­teresse del Paese e anche del suo par­tito, che doveva contrapporsi a un altro partito come il comunista.

Oggi, di fronte ai giudizi severi e di­sgustati di molti urbanisti e sociolo­gi sui tanti quartieri degradati di edilizia popolare sorti nel dopoguer­ra, non bisognerebbe però dimenti­care quell’invenzione di Fanfani mi­nistro del Lavoro di «prelevare» dal­la busta-paga dei lavoratori un con­tributo minimo mensile con il qua­le dare vita a un fondo grazie al qua­le non solo si combattè l’estesa e de­vastante disoccupazione, che non era per lui «un male incurabile» (co­me avrebbe detto a De Gasperi), ma si consentì a migliaia e migliaia di famiglie di avere un’abitazione.

A 25 anni, giovanissimo docente al­la Cattolica, legatissimo a padre Ge­melli, aveva pubblicato il saggio Le origini dello spirito capitalistico in Italia, seguito un anno dopo da un altro su Cattolicesimo e protestante­simo nella formazione del capitali­smo, nei quali sosteneva sostanzial­mente che Max Weber «non ha ra­gione» e giungeva a definire il capi­talismo, alle prese anche con la grande crisi del 1929, «una società economica diso­rientata che ha bisogno di un nuovo orienta­mento». Per cui l’intervento pubblico poteva divenire neces­sario.

Il Fanfani politi­co, che difende (anche in pole­mica con Sturzo) il sistema delle partecipazioni statali (con conseguen­te nomina dei «boiardi» nelle azien­de) e che si batte per una politica riformista di piena occupazione, ha le sue radici in questi studi giovani­li che furono letti con interesse da Jacques Maritain ed influenzarono (come lo statista dichiarò con un cer­to orgoglio) persino John Kennedy. Nel 1941, esaurita la passione «corporativista» (dissimile però da quella sostenuta dal regime fascista), Fanfani trasferisce questa imposta­zione scientifica nel libretto Collo­qui con i poveri nel quale «traduce al­cuni appunti di conversazione con amici» su questo tema. Chi siano questi amici è facile intuire: Dossetti, La Pira, Lazzati e il gruppo di cat­tolici che a Milano si ritrovavano per affrontare il dopo fascismo e che sa­ranno tra i protagonisti della Costi­tuente. Nella quale Fanfani tradurrà il suo impegno all’articolo 1: «L’Ita­lia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro», chiarendo più volte, anche in risposta alle accuse di classismo e di integralismo che gli erano state rivolte, che è il «lavoro» e non i lavoratori ad essere il fondamento del nostro sistema democra­tico.

Certo un politico con il suo alternarsi di ascese e cadute nel governo e nel­la Dc, (di qui il «rieccolo» coniato da Montanelli), con un carattere di si­curo non facile e quasi superbo, al quale non appartengono però - co­me è stato scritto - né Machiavelli né Guicciardini, non poteva non su­scitare opposizioni anche dure, iro­nie che lo dipingevano come auto­ritario, cinico, ambizioso, spregiudi­cato e via di questo passo. Però ora la storia della Prima Re­pubblica sta riservando a Fanfani un più giusto e attento giudizio critico. Forse il vero Fanfani, anche con le sue ambizioni artistiche, si può ri­trovare in un piccolo libro scritto nell’agosto 1963, nel quale rievocava con passione la storia e le vicende del suo paese natale, Pieve Santo Stefano. Il libro è rimasto pressoché sconosciuto da allora. Ora il Comune aretino ha deciso di ripubblicarlo come doveroso ricordo di un cattolico impegnato in politica e di uno statista che ha contribuito alla modernizzazione del paese.