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Il Sole 24 Ore - 5 febbraio 2008
Fanfani, riformatore incompreso
di Stefano Folli
Amintore Fanfani, di cui domani ricorre il centenario della nascita, è stato uno dei pochi riformatori sociali italiani del Novecento. È una qualifica che ha dovuto conquistarsi sul campo attraverso dure lotte politiche e che pochi fra i suoi avversar! gli riconobbero in vita. Si capisce perché. A destra - parliamo della destra politica, ma Soprattutto economica - l'uomo di Pieve Santo Stefano era visto con ostilità. A sinistra, socialisti e comunisti vedevano in lui l'unico personaggio che con il suo dinamismo era in grado di invadere terreni giudicati di esclusiva pertinenza della "sinistra di classe".
Altri tempi, si dirà. È vero, ma fino a un certo punto. La figura di Fanfani ha avuto bisogno di anni per uscire dal bozzettismo in cui era rinchiusa, un po' per malizia e molto per convenienza politica. Del resto, stiamo parlando di uno statista del tutto anomalo nel panorama italiano, che pure di statisti autentici ne ha proposti pochi dal dopoguerra ad oggi. Fanfani fu il "Rieccolo" nell'ironia affettuosa di Indro Montanelli. Ma fu soprattutto un solitario malvisto e poco compreso anche all'interno della Democrazia cristiana, partito che pure egli plasmò come nessun altro, mettendoci quella passione politica che segnò, nel bene e talvolta nel male, la sua esistenza.
Si capisce allora che un collaboratore e amico fra i più stretti, Ettore Bernabei, scegliesse queste parole per ricordarlo dopo la sua morte, alla fine del 1999: «Incontrò molte difficoltà, ricevette molte critiche e pochi elogi, se si toglie il riconoscimento della sua intelligenza e della sua onestà». E proprio così. La dimensione del Fanfani riformatore è stata a lungo misconosciuta perché disturbava troppi luoghi comuni di un Paese in cui, in realtà, lo spirito riformista è spesso evocato in astratto, ma assai poco praticato. Così accade che questo professore amico di Dossetti e di La Pira intuisce quello che a tanti marxisti negli anni 50 sfuggiva: e cioè che nell'Italia post-bellica le masse popolari, non solo avevano fatto irruzione sul palcoscenico della vita istituzionale, ma andavano integrate nello Stato attraverso scelte adeguate a un Paese in rapida trasformazione.
In quegli anni l'Italia cambia il suo volto sociale ed economico. Si raddoppia la produzione industriale, al pari del reddito nazionale; i lavoratori dell'industria crescono del 33%, in parallelo alla diminuzione drastica degli addetti all'agricoltura, che scendono al 29%; le maggiori imprese italiane quadruplicano il capitale e triplicano gli investimenti; accanto alle imprese private si affermano come colossi pubblici sia l’Iri sia l'Eni di Mattei. In altre parole, lo Stato acquista un peso di assoluta rilevanza nell'economia, il che contraddice i principi del liberismo, ma è in armonia con i nuovi tempi. La riforma agraria e l'abbattimento delle barriere protezionisti-che erano state le due grandi riforme dell'era degasperiana. Ma è chiaro che non bastavano ancora a inquadrare la colossale trasformazione in corso. Fanfani seppe guidare il processo, interpretandolo più e meglio di altri. Nel farlo, ridefinì la natura della Dc, indirizzando il sistema politico verso i nuovi approdi del centro-sinistra.
La politica fanfaniana fu tanto più significativa in quanto il suo protagonista non ebbe mai nelle sue mani il potere in modo incontrastato, nel periodo successivo al 1954 (quando fu eletto per la prima volta segretario della Dc). Al contrario, persino il suo Governo di centro-sinistra (1962) fu breve e si concluse con la famosa sconfitta della Dc nelle elezioni del '63, che videro la spettacolare avanzata dei liberali di Malagodi, avversari dell'apertura ai socialisti. Eppure, nonostante tutto, Fanfani riuscì a dare un'impronta mai eguagliata al periodo compreso fra la fine dell'età degasperiana (1953-54) e i primissimi anni 60. Circa dieci anni in cui la politica asseconda la trasformazione del Paese e ne segna le tappe con un progetto di rinnovamento faticoso, ma decisivo per cambiare la vita degli italiani.
Un cattolico riformatore che avanzava con l'energia di un missile nucleare. Si capisce bene che i marxisti ne temessero le iniziative, in grado di incrinare la loro base sociale. E si capisce che il grande corpo moderato della Dc soffrisse questo modernizzatore toscano che non faceva mistero di sognare per sé un Governo forte, fondato su di una chiara leadership. Le critiche che investirono Fanfani facevano però riferimento alla diffusione di un certo clientelismo, così in contrasto con l'austerità degasperiana. E naturalmente gli veniva rimproverato lo "statalismo", cioè l'allargamento della sfera pubblica in economia e le tendenze dirigiste. A distanza di decenni, questi attacchi fanno un po' sorridere. Non è a Fanfani che si può imputare la successiva degenerazione della Prima Repubblica. Al contrario, egli seppe intuire le potenzialità dello sviluppo italiano e impose alla politica una sfida adeguata al mutamento in atto. Vinse a metà la battaglia, ma nessuno come lui seppe realizzare la sua visione riformatrice.
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