Rassegna stampa

l'Unità - 6 febbraio 2008

Fanfani, il democristiano che aprì alla sinistra

di Vittorio Emiliani

Per quelli della mia generazione cresciuti sulle pa­gine di Gaetano Salvemini, su quelle del Mondo di Mario Pannunzio e di riviste come Il Ponte di Calamandrei oppure Tempo Presente di Silone e Chiaromonte, Amintore Fanfani era il personag­gio democristiano più controverso, nel senso che ci attraeva e, per certi versi, invece ci respin­geva. Nel primo caso perché sentivamo (e con­statavamo) che fra tutti i dc era quello che più credeva in un forte, risoluto impegno sociale di partiti e governi, in concrete riforme che rendes­sero più giusta questa nostra società così ricca di squilibri e di disparità («comunistello di sagre­stia», lo definiva la destra, assieme a Giorgio La Pira, suo sodale). Nel secondo caso perché senti­vamo che, più dei degasperiani, dei cattolici libe­rali, era portato a volte a scivolare, come Dossetti, verso posizioni integraliste. Anche se nel 1957 L'Osservatore Romano aveva ricordato proprio a lui, difensore dell'autonomia della Dc, che «la politica è subordinata alla morale, e la morale è insegnata dalla Chiesa».

Questo chiaroscuro è rimasto per tutta la lunga vita, umana e politica, dell'aretino una sua con­notazione e però, alla fine, io credo che i bilanci politici di questo centenario tireranno le somme assai più al positivo che al negativo. Amintore Fanfani rimane nella storia della seconda metà del Novecento come il capo di governo più ener­gico, più fattivo, più concreto, alla guida di un centrosinistra non ancora organico (il Psi dava l'appoggio esterno) che realizzò, nientemeno, la nazionalizzazione dell'industria elettrica, poten­tato dei potentati dell'epoca. Tutto ciò dopo esse­re stato un protagonista alla Costituente. Fu lui a proporre e a spiegare la dizione essenziale di «Re­pubblica fondata sul lavoro» nel senso che il cit­tadino va messo nella condizione di dare «il mas­simo contributo alla prosperità comune». Mini­stro nel durissimo dopoguerra, Fanfani ha lascia­to tracce profonde: chi non ricorda, per esem­pio, le «case Fanfani»? Cioè il più grande piano di edilizia economica e popolare di quei decen­ni, fondato su di una idea keynesiana dell'occu­pazione e dello sviluppo. Non a caso era uno spe­cialista di storia dell'economia. Ammetto qui, da subito, la mia simpatia per il personaggio che conobbi in età già avanzata, ben dopo il tonfo del referendum contro il divor­zio (che lo aveva di nuovo ficcato fra gli integrali­sti), quando aveva stemperato alcune asprezze autoritarie del carattere e fatto emergere umani­tà e cultura. Il coraggio non gli era mai mancato, sulle piazze come nei congressi. Familiarizzai con lui nel 1983, quando era a capo di un classi­co «governo di servizio», e, oltre ad essere investi­to da una corrente di simpatia umana che rara­mente, si prova nel contatto coi politici, ebbi da lui alcuni flash illuminanti sul suo percorso poli­tico. Fu vicinissimo ad accordarmi una intervi­sta-fiume sulla sua lunga esistenza (Maria Pia l'aveva quasi convinto), poi, purtroppo, non se ne fece nulla, ma in alcuni colloqui ebbe modo di far balenare taluni lampi improvvisi. Su Alcide De Gasperi, per esempio. Si è detto e scritto che Fanfani ne fu, ad un certo punto, l'av­versario ambendo a succedergli. E politicamente è vero. Ma il rispetto per la figura di De Gasperi si manifestava in modo ancora ammirato. «De Ga­speri - mi disse un giorno - gli era un santo. Non l’ho mai sentito dir male di nessun altro politico, neanche di quelli che più l'attaccavano. Cosa ra­ra in politica». Gli chiesi allora se fosse favorevo­le alla sua beatificazione. Ebbe uno dei suoi sorri­si lampeggianti e maliziosi. «Per esser santi, biso­gna non aver detto mai una bugia e una almeno De Gasperi invece la disse...» Mi raccontò come, nell'imminenza della crisi del governo Parri, si fosse sparsa la notizia che il leader de era caduto ammalato. «Corremmo a casa De Gasperi io e Giorgio La Pira, ma, in realtà, lo trovammo in buona salute, a letto, in pigiama, tranquillo. Ci accolse con un sorriso. Non se la sentiva di dire lui a Parri che doveva lasciare la carica di presi­dente del consiglio. Per questo si era dato amma­lato».

Sul 18 aprile 1948. Vi rendeste conto durante la campagna elettorale che vi si preparava una vit­toria così sonante? «Fino ad un mese circa prima del voto non si capiva molto da Roma. Ministro del Tesoro era Luigi Einaudi che non ci dava un soldo da investire. Finalmente un giorno ci disse che poteva stanziare un milione per opere e fi­nanziamenti immediati. Io ero ministro del La­voro, si lavorava da mane a sera, la disoccupazio­ne era altissima, con scontri e conflitti in piazza. Coi fondi che ebbi potevo fare ben poco». Cosa rese meno incerto il quadro? «La morte, il fìnto suicidio a Praga di un uomo amato come il mini­stro degli esteri Masaryk. Capimmo che in giro per l'Italia la gente aveva paura del comunismo, dello stalinismo, di un colpo di Stato come quel­lo di Praga. Quella fu la svolta decisiva».

Dopo, nel 1951, l'aretino fu ministro dell'Agri­coltura e ciò aprì un contrasto con Giuseppe Dossetti il quale riteneva che la riforma agraria di Se­gni-Medici fosse una cattiva legge per cui stava preparando un numero di Cronache Sociali, a cu­ra di Pino Glisenti, tutto al negativo. Non era quello il parere di Fanfani che ebbe vista più lun­ga attuando la riforma agraria, non priva, certo, di limiti e però da realizzare, specie nel Cen­tro-Sud. A suo avviso ogni occasione, anche mo­desta, di progresso andava sfruttata.

La successione a De Gasperi, dopo lo scacco, nel '53, sulla «legge truffa», era stata difficile, segnata da lotte intestine. La contrapposizione col Pci si manteneva durissima sul piano sociale, anche se poi Togliatti non tirava la corda sul piano politi­co-istituzionale dovendo completare la sua tran­sizione, tenendo insieme tutto il partito (dopo aver «disarmato» Secchia e i secchiani). Fanfani aveva subito più di un rovescio a vantaggio di Antonio Segni. Gli era andato male l'affondo de­cisivo del Congresso di Firenze dal quale era usci­to sconfitto. Doppiamente, visto che poi il n.2 del suo gruppo di sinistra, il marchigiano Femando Tambroni, aveva imboccato nel 1960 la stra­da dell'avventurismo golpista, con l'appoggio del Msi e grazie al sostegno ambiguo del presi­dente della Repubblica, Giovanni Gronchi, avendo contro tutta la piazza antifascista. Non pochi qualificati esponenti della Dc si erano di­messi da ministri: Bo, Pastore, Sullo.

Il drammatico luglio 1960 aveva in sostanza aperto la strada all'apertura a sinistra, all’alleanza Dc-Psi. Era stata la rivincita di Amintore Fanfani indicato ora quale capo di una sorta di gover­no Badoglio dopo i fatti gravissimi di Genova, Reggio Emilia e Palermo e, poco più tardi, nel '62, del primo governo appoggiato dai socialisti nella storia d'Italia (se si esclude la fase tempora­nea degli esecutivi di unità nazionale dopo il 25 aprile). Moro a piazza del Gesù e Fanfani a palaz­zo Chigi: era un binomio perfetto. Purtroppo du­rò poco (al governo Moro doveva risultare quan­to mai inadatto, indeciso a tutto). «La si ricordi, direttore - mi ricordò un giorno Fanfani - fra la decisione del consiglio dei ministri di nazionaliz­zare l'industria elettrica e l'insediamento del pri­mo consiglio di amministrazione dell'Enel passa­rono soltanto tredici mesi». In effetti un lampo, se si pensa (e io l'avevo seguito) al percorso com­plesso e difficile degli espropri, degli indennizzi di potentati decisivi come Edison, Sade o Sip, al­la polemica furibonda scatenata dalla Confindustria e da tutta la stampa «indipendente» (con la sola eccezione del Giorno di Italo Pietra). Fanfa­ni voleva sottolineare come, allora, lo Stato anco­ra funzionasse, come il governo fosse in grado di agire con decisione. Pur fra contrasti tutt'altro che lievi, e coi dorotei che tendevano a ritardare, ad annacquare, a devitalizzare il processo rifor­matore. Col suo governo fu varata anche la scuola dell'obbligo. Era un'Italia che quasi non aveva debito pubblico. Era l'Italia della programmazio­ne nascente, della Nota aggiuntiva di Ugo La Malfa al bilancio preventivo 1962, che promette­va riforme importanti in cambio di una certa moderazione salariale. Presa nel fuoco concentri­co di Pci, sindacati e Confindustria. Di quest'ulti­ma soprattutto, a cannonate. Era anche l'Italia di una certa Rai, dove le forbici della censura en­travano spesso in azione (magari per le gambe nude delle gemelle Kessler), ma dove però si face­va anche servizio pubblico vero, dove un fanfaniano di ferro come Ettore Bemabei lasciava mar­gini ad esperienze incisive come TV7 e le sue in­chieste. «Era un sistema basato su "patti chiari e amicizia lunga" in quella Rai», ha testimoniato Andrea Camilleri, allora sceneggiatore e regista. Fu proprio Fanfani a volere la prima Tribuna Poli­tica, anche se poi in tv riusciva troppo tagliente, poco accattivante, insomma impopolare. Men­tre in privato poteva essere di una simpatia pro­rompente. Un autentico «gallo in una stia di cap­poni» come gli uscì detto in quegli anni ad una altro toscanaccio, Indro Montanelli (che anni dopo lo soprannominò «il rieccolo» per i suoi ri­tomi alla ribalta).

Fra l'altro aveva goduto della simpatia di papa Giovanni XXIII che, durante una visita comune ad un ospedale romano, accennando ad una fra­se da lui precedentemente pronunciata disse «Ego pastor et tu nauta», io pastore e tu nocchie­ro. E dai Palazzi Apostolici non ci furono più veti al centrosinistra, all'alleanza organica coi sociali­sti, anche per l'apertura di credito del papa a Fan­fani. La sua leadership di governo finì presto, col terremoto elettorale del '63 provocato dalle rea­zioni confindustriali alla nazionalizzazione elet­trica e al progetto «Sullo» per quella legge urbani­stica che ancora attendiamo, con Giovanni Malagodi in testa ad attaccare con la più incupita ag­gressività lo stesso diritto di superficie («Vi toglie­ranno la casa, italiani!», lo sentii tuonare) che esi­steva in tutta l'Europa più civile e sul quale lo stesso Pli si era astenuto, un anno prima, nel vo­to sulla legge n. 167 per l'edilizia economica e po­polare. Altra legge «fanfaniana» (datata 18 apri­le, guarda caso) che tanto doveva concorrere, in positivo alla pianificazione metropolitana. Era difficile capire perché un uomo politico che sapeva guardare lontano, che aveva una visione mediterranea e internazionale di sicuro respiro, fosse incappato nel ‘74, da segretario dc, nello scivolone disastroso, con cadute di gusto volgari, del referendum contro il divorzio. Quello che si coglieva in lui era uno spessore culturale autenti­co, un amore per l'arte - che praticava da pittore tutt'altro che banale - senza limiti, accesosi, mi confidò, durante i tre anni passati a studiare a Urbino. «Arrivai in calesse, col mi' babbo da Sestino, oltre la Bocca Trabaria, in piazza, s'era in pie­no "biennio rosso", coi cavalli di frisia e le mitragliatrici davanti al Collegio Albani. Scesi a fatica dal calesse, sa ero piccino», ebbe una pausa, un sorriso dei suoi, poi sottolineò: «Son piccino ora, si figuri allora...».

Era legatissimo alle sue radici toscane e, curiosa­mente, tiberine. Nato a Pieve Santo Stefano, si rammaricò per aver saputo troppo tardi di una mia discesa in gommone del Tevere con altri del giornale. «Avrei partecipato pure io, direttore, io che son tiberino». Gli spiegai che avevamo fatto anche naufragio dalle parti di Montone durante un fortunale e ne ridemmo insieme. Allora mi re­galò un delizioso libretto scritto dopo la sconfit­ta elettorale del '63, Una pieve in Italia. Qualcuno ha detto che stava fra San Francesco (i santi mistici erano una sua passione) e Keynes. Certo ebbe una straordinaria sensibilità per l'ambiente pro­muovendo all'Onu la prima grande conferenza sull'ambiente del pianeta.