Rassegna stampa

il Quotidiano della Basilicata - 6 febbraio 2008

Fanfani il "modernizzatore"

Aziende di stato ed edilizia popolare i capisaldi della sua politica

di Ezio M. Lavorano

In tempi bui come quelli che stia­mo vivendo, parlare di Fanfani, dal vecchio glorioso leader demo­cristiano, accende una luce di speranza in un fosco quadro politico che da oltre quindici anni sembra avviluppato su se stesso, privo di qualsiasi prospettiva nonostante gli sforzi che pure vengono messi in atto.

Amintore Fanfani nacque a Pie­ve Santo Stefano (Ar) il 6 febbraio del 1908, in piena età giolittiana, quando l’Italia portava in parte a compimento il complessivo pro­cesso di modernizzrazione delle strutture produttive che la porterà ad entrare nel ristretto novero del­le nazioni industrializzate. Primo­genito di un avvocato e notaio di provincia, visse in Toscana gli an­ni più duri della prima guerra mondiale, per la quale il padre era partito come volontario. Dopo la guerra, chiusa la pretura di Pieve, la famiglia Fanfani si trasferì ad Anghiari, dove il padre s’iscrisse al Partito Polare. L’infanzia e l’ado­lescenza del nipote del falegname (il nonno paterno, Giuseppe, era stato un valente falegname), si svolsero tutte sotto il segno delle organizzazioni cattoliche. Fu dap­prima boy scout, e poi fondatore della sezione dell’A.C. di Pieve San­to Stefano, oltre a presiedere quel­la della vicina Anghiari. Dopo le scuole elementari in collegio ad Urbino, frequentò ad Arezzo il liceo scientifi­co. Nel 1926 s’iscrisse alla facoltà di economia e commercio presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Mi­lano. Laureateosi nel 1930 (110 e lode), s’in­camminò ben presto nella carriera accade­mica dando alle stam­pe, nel 1932, il suo pri­mo saggio dal titolo Scisma e spiri­to capitalistico in Inghilterra.

L’anno successivo, pubblicò il saggio Protestantesimo e cattolice­simo nella formazione del capitali­smo. In tale periodo aderì ideal­mente alla dottrina economica del "neovolontarsimo", della quale il professor Francesco Vito era il ca­poscuola. Libero docente dal 31 di­cembre del 1932, alcuni anni do­po, nel 1936, passò ordinario di storia economica nello stesso ate­neo in cui si era laureato. In quegli anni di fervida e intensa attività editoriale, Fanfani sulla "Rivista internazionale di scienze sociali", diretta dal suo maestro, così come sulla rivista dell’Istituto Coloniale Fascista "Colonialismo Europeo ed Impero Fascista", scrisse pagine di positiva valutazione globale della politica economica fascista, come espressione convinta della dottrina che si ispirava al naturalismo economico. Nel saggio dal titolo Il significato del Corporativismo. Testo ad uso dei licei e degli istituti magistrali, sempre del 1936, espresse il suo convinto assenso, da cattolico, ai principi del corporativismo fascista, e successivamente nel 1942 nella raccolta di saggi dal titolo II problema corporativo nella sua evoluzione storica. Problemi storici e orientamenti storiografici. Nel rielaborare i concetti espressi in precedenza, riaffermò il suo convincimento circa la bontà del sistema corporativo che si fondava a suo parere sulla «ricostruzione organica della società» basata, sulla "collaborazione tra le classi". Fu sempre convinto della necessità dell’intervento dello Stato in economia, e in tale alveo vedeva già da allora nei grandi enti di stato, corporativi, lo strumento più idoneo per il governo e il progresso economico della nazione. La convinzione che lo guiderà in seguito nell’azione di governo sarà quella della subordinazione dell’economia alla politica.

Ancora, nel 1938, pur aderendo al "Manifesto della razza", egli del fascismo in realtà condivideva soprattutto le scelte di politica economica, convinto sostenitore com’era del corporativismo, inteso come strumento provvidenziale contro “la deriva liberale o quella socialista”. Nel corso degli anni trascorsi a Milano conobbe Giuseppe Dossetti e Giorgio La Pira con i quali, a partire dalla fine degli anni trenta, partecipò a lunghe riunioni discutendo di cattolicesimo e di società. Con l’entrata in guerra dell’Italia, il gruppo ormai consolidato spostò la sua attenzione al ruolo che sarebbe dovuto toccare al mondo cattolico all’indomani di quella caduta del Fascismo che era ormai ritenuta imminente. Dopo l’8 settembre, tuttavia, il gruppo si sciolse e, fino alla Liberazione, Fanfani rimase in Svizzera, dove in precedenza si era da rifugiato, e si manteneva tenendo corsi universitari per i figli dei profughi italiani. Dopo il 25 aprile, rientrato in Italia, si trasferì a Roma chiamato dall’amico Dossetti, appena eletto vice segretario nazionale della Democrazia Cristiana, che gli affidò la direzione dell’ufficio propaganda del partito (SPES). Con tale incarico ebbe inizio la sua lunga e brillante carriera politica che, in circa mezzo secolo lo portò a ricoprire le più alte cariche dello Stato. Eletto all’Assemblea Costituente, fece parte della Commissione dei 75, incaricata di redigere il testo della nuova Costituzione repubblicana: sua è la formula: "L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".

Dopo la stagione della Costituente inizia quella di governo. Nelle elezioni del 1948 la Dc di De Gasperi sbaragliò il Fronte popolare, Fanfani veniva eletto alla Camera dei Deputati nella circoscrizione di Siena (dove fu sempre riconfermato fino al 1968, quando il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat lo nominò Senatore a vita). Nel nuovo esecutivo presieduto da De Gasperi, il politico aretino venne riconfermato nell’incarico assunto l’anno precedente al Ministro del Lavoro e della previdenza sociale. In questa veste attuò un vasto piano di edilizia popolare, le più note "case Fanfani", che diedero da lavorare a molti disoccupati.

La prima applicazione della dottrina keynesiana, improntata alla realizzazione di ingenti opere pubbliche finanziate dallo stato, ebbe però due grandi limiti: il non essere appoggiata, ma anzi ostacolata, in seno allo stesso governo dal titolare del Tesoro, il conservatore e liberista Giuseppe Pella (Dc) e l’aver riguardato quasi esclusivamente la parte centro-settentrionale della penisola, lasciando, così, il Sud Italia in uno stato di pesante arretratezza. Il 1953 segnò, con il fallimento della cosiddetta legge truffa, la fine dell’era degasperiana e, più in generale, del potere dei vecchi notabili prefascisti approdati alla Dc dal Partito Italiano Popolare del primo dopoguerra (tra questi ricordiamo Piccioni, Scelba e Pella). Al congresso democristiano (il V della storia della Dc) tenutosi a Napoli dal 26 al 29 giugno 1954, Fanfani venne eletto segretario del partito, carica a cui sarà riconfermato al successivo VI Congresso della Dc svoltosi a Trento dal 14-18 ottobre 1956. Nello stesso anno (1954), fu incaricato di formare il suo primo governo, senza però ottenere la fiducia. Entrò, quindi, nel governo Pella come ministro degli Interni. Nel 1958, a seguito del successo elettorale ottenuto dalla Dc nelle elezioni politiche, potè formare il suo secondo governo, con il sostegno di repubblicani e socialdemocratici, nel quale mantenne per sé anche la carica di ministro degli Esteri. L’attivismo fanfaniano spaventava molti, dentro e fuori da Palazzo Sturzo, di qua e di là dal Tevere, per cui in meno di un anno perse sia la segreteria del partito (ceduta ad Aldo Moro), sia la guida del governo che nel 1959 passò ad Antonio Segni (Dc).

Nel 1960 Fanfani formò il suo terzo governo, un monocolore democristiano con l’appoggio esterno dei vecchi partiti di centro (Psdi, Pli e Pri). Nel 1962 guidò il suo quarto governo, questa volta di coalizione (Dc-Psdi-Pri e con l’appoggio esterno del Psi), iniziando così l’esperienza delle maggioranze di centrosinistra, basate su un programma condiviso che, nella fattispecie, prevedeva la nazionalizzazione dell’energia elettrica e la istituzione della scuola media unica. In questo periodo, durante la crisi dei missili a Cuba (ottobre 1962), sollecitando anche la collaborazione della diplomazia vaticana, esercitò un forte ruolo di distensione fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Mostrò sempre più autonomia rispetto alla politica atlantica, al punto da far affermare ad autorevoli analisti americani che «Fanfani cerca una propria politica, in qualche modo neutralista anche in Medio Oriente». Il disegno di penetrazione italiana, specialmente attraverso l’ENI nei paesi del Mediterraneo e nel Medio Oriente, fu infatti apertamente sostenuta dalla presidenza Fanfani, nonostante le forti pressioni degli Stati Uniti affinché l’Italia si astenesse da una politica che causava danni ai loro affari petroliferi. Dopo la sconfitta elettorale della Dc nelle elezioni del 1963 (con notevole aumento dei liberali di Malagodi che fece toccare al Pli il suo picco storico con il raggiungimento di oltre il 7 % dei voti, molti dei quali ottenuti a danno proprio della Dc) la guida del governo passò al più mite Aldo Moro che, incurante delle opposizioni delle destre interne ed esterne al partito, continuò nell’esperienza di centrosinistra, inserendo, per la prima volta dalla primavera del 1947, dei ministri socialisti nel governo del paese; Pietro Nenni divenne Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, e i suoi compagni di partito Giacomo Mancini ed Antonio Giolitti diventarono rispettivamente Ministri della Sanità e del Bilancio.

Nel 1965 fu ministro degli Esteri nel secondo governo Moro, carica che ricoprì anche dal 1966 al 1968 nel terzo governo presieduto dallo statista pugliese. In tale periodo, venne eletto presidente dell’Assemblea dell’ONU per il biennio periodo 1965-1966. Dal 1968 al 1973 fu Presidente del Senato, anno nel quale ritornò alla segreteria politica della Democrazia Cristiana. In tale veste guidò il partito nella campagna per il referendum sulla abrogazione della legge Fortuna-Baslini, che aveva introdotto nell’ordinamento italiano l’istituto del divorzio, su posizioni di forte contrapposizione allo schieramento laico. La sconfitta del referendum ne provocò le dimissioni.

Dopo l’insuccesso della Dc nelle elezioni amministrative del 1975, assunse una posizione critica nei confronti della segreteria Zaccagnini, divenendone nel contempo presidente del Consiglio Nazionale del partito. Dal 1976 al 1982 ritorno alla presidenza del Senato. Dal 1982 al 1983 fu Presidente del Consiglio per la quinta volta, guidando un governo composto da Dc-Psi-Psdi-Pli con l’appoggio del Pri. Destando un certo scalpore, nel febbraio del 1983 Fanfani si recò a Londra per rendere visita all’ex re d’Italia Umberto II, ricoverato in fin di vita alla London Clinic. Dal 1985 al 1987 fu ancora Presidente del Senato. Da aprile a luglio del 1987 fu per la sesta volta premier per poi essere nominato ministro degli Interni nel governo Goria e, dal 1988 al 1989, al Bilancio nel governo De Mita.

Dopo la stagione di tangentopoli aderì al Partito Popolare Italiano. Nella XII legislatura (1994-1996) fu eletto presidente della commissione esteri del Senato. Orami in età avanzata, abbandonò progressivamente la vita politica attiva, limitando le sue ultime uscite politiche all’intervento all’Assemblea che sancì, sotto la guida di Mino Martinazzoli, la nascita del PPI e alla dichiarazione di fiducia al primo governo Prodi. Si spense all’età di 91 anni il 20 novembre del 1999, tra, il cordoglio di tutta la classe politica e dirigente nazionale.

Oggi la sua figura, considerata unanimemente tra le più prestigiose della storia repubblicana, acquista maggiore valenza e importanza, grazie al versamento effettuato, presso l’archivio storico del Senato della Repubblica, della sua ricca documentazione privata. Infatti, nella sala dei Presidenti, è a disposizione del pubblico e degli studiosi il Fondo Fanfani che comprende carteggi, tra cui si distinguono in particolare quelli relativi ai suoi viaggi all’estero, la corrispondenza con personalità politiche italiane e straniere, decreti di nomina, numerosi testi di discorsi, articoli e saggi, rassegna stampa, curricula e biografie. I documenti sono conservati in 550 buste e coprono un arco temporale molto ampio dal 1945 al 1999, con alcuni documenti degli anni Trenta. Pregevole l’archivio fotografico che testimonia anche l’attività artistica di Fanfani pittore.