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Il voto, diritto e dovere

L’ Italia è una Repubblica Democratica fondata sul lavoro, queste sono le prime righe della nostra Costituzione. La parola chiave che ci interessa in questo contesto è Democratica. Come molti sapranno questa parola indica che il potere decisionale è al popolo o almeno è quello che dovrebbe essere in teoria. Ma polemiche a parte oggi vogliamo parlare dell’evoluzione del diritto di voto nel nostro paese e quali oneri esso comporta.

Il diritto al voto, fino al 1861 era qualcosa di elitario, riservato esclusivamente ai cittadini più facoltosi della società che avessero superato i 25 anni di età. Vent’anni dopo il Parlamento approva l’estensione di suddetto diritto anche alla medio borghesia, abbassando l’età minima a 21 anni. Col suffragio universale maschile, Giovanni Giolitti rivoluziona ulteriormente il diritto al voto concedendolo a tutti coloro che avessero minimo 21 anni ed avessero superato con esito positivo le scuole elementari, estendendolo poi a qualunque uomo avesse superato i 30 anni a prescindere dal grado di istruzione.

Nel 1918 tutti i cittadini maschi dai 18 anni in su che avessero assolto con successo il servizio militare nella prima guerra mondiale potevano votare liberamente. Perchè questo accada anche per le donne però è necessario attendere fino a dopo la fine della seconda guerra mondiale nel 1945. Ad oggi i requisiti per poter votare sono esclusivamente quelli di essere cittadini italiani ed aver compiuto 18 anni.

Il voto però non è solo un diritto ma è sopratutto considerato un dovere civico per il cittadino. Esso infatti esprimendo il proprio consenso verso l’uno o l’altro partito, contribuisce attivamente alla gestione del paese, affidando l’incarico a quei politici che incarnano le sue ideologie. Questa è essenzialmente la base della democrazia, o almeno quello che dovrebbe essere.

Leo Trevisan

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